La Disney si censura

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In un periodo storico dove il Cinema sta pagando profondamente le scelte fatte in seguito alle decisioni prese per evitare il diffondere della Pandemia da Covid-19, neanche il passato sembra essere più al sicuro. Almeno questo è quello che avranno pensato molti di coloro che nei giorni scorsi al TG o sul web, sono venuti a conoscenza dell’ultima decisione presa dalla Disney, ovvero quella di mettere il “Bollino razzista” ad alcuni classici del passato.

Tra gli accusati, Peter Pan, Dumbo, Lilli e il Vagabondo, che secondo gli standard odierni, contengono scene decisamente razziste. L’avviso che verrà mostrato sulla piattaforma recita:

«Questa trasmissione include rappresentazioni negative e/o trattamenti negativi di persone o culture. Questi stereotipi erano sbagliati quando sono stati messi in scena e lo sono ora. Piuttosto che rimuovere il contenuto, vogliamo riconoscerne l’impatto dannoso, impararne una lezione e avviare una conversazione, per creare insieme un futuro più inclusivo».

Ma quali sono i cartoni incriminati?

In Lilli e il Vagabondo, ad esempio film del 1955, due gatti siamesi, Si e Am, sono raffigurati con stereotipi anti-latinos o asiatici. C’è anche una scena in un canile in cui i cani con un forte accento ritraggono tutti gli stereotipi dei paesi da cui provengono le loro razze, come Pedro il Chihuahua messicano e Boris il Borzoi russo.

Negli Aristogatti del 1970, un gatto siamese chiamato Shun Gon, doppiato da un attore bianco, è disegnato come una caricatura razzista di una persona asiatica.

In Dumbo del 1941, un gruppo di corvi che aiutano Dumbo ad imparare a volare hanno voci nere stereotipate ed esagerate. Il corvo principale si chiama Jim Crow, un riferimento a una serie di leggi segregazioniste dell’epoca nel sud degli Stati Uniti, ed è doppiato da un attore bianco, Cliff Edwards.

In Peter Pan del 1953, i pellerossa sono caricature dei nativi americani.

In tanti indicano questa scelta come la “follia del politicamente corretto” di fatto ciò può portare anche ad avere un effetto contrario, non tenendo conto minimamente del contesto storico nel quale sono uscite queste opere, pretendendo che essi si “adattino” alla nuova neolingua.

Per ora, una scritta ci avverte che il film potrebbe contenere stereotipi e contenuti razzisti, la preoccupazione però è che in un futuro, non troppo lontano, il politicamente corretto non imponga che questi film vengano cancellati e tolti dalla circolazione perché ritenuti troppo offensivi.

Esattamente ciò che è accaduto nelle scorse settimane negli Stati Uniti con le statue dei confederati. “Damnatio memoriae”, come usavano gli antichi romani.

In 1984 di George Orwell quando un sovversivo viene fatto sparire dal partito, si applica proprio la damnatio memoriae, viene cioè eliminato, da tutti i libri, i giornali, i film e così via, tutto ciò che si riferisca direttamente o indirettamente alla persona in oggetto. Citando un passaggio chiave di Orwell:

“Ogni disco è stato distrutto o falsificato, ogni libro è stato riscritto, ogni immagine è stata ridipinta, ogni statua e ogni edificio è stato rinominato, ogni data è stata modificata. E il processo continua giorno per giorno e minuto per minuto. La storia si è fermata. Nulla esiste tranne il presente senza fine in cui il Partito ha sempre ragione”.

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